Sono figlia della cultura di Cosmopolitan, un’adolescenza trascorsa a sfogliare pagine patinate che recitavano: “Dieci modi per fargli perdere la testa!” oppure “Tre rossetti per baci super sexy!” Non che ci credessi davvero, a quello che leggevo. Anzi, no, mi correggo, non che io avessi il coraggio di mettere in atto quegli stratagemmi studiati a tavolino.
L’adolescenza, che periodaccio.
Quel periodo in cui non sai bene chi sei e a cosa credere. Di certo non puoi credere a tua madre che ti dice che stai benissimo con quel maglione tutto colorato in un mondo di jeans e felpe nere. Non puoi credere alle amiche, che sono sempre più belle, più argute e più popolari di te.
Non puoi credere a forze superiori, perché dai, lo sai benissimo che gli unicorni non esistono.
Sono figlia di quella generazione che quando sono arrivati cellulari e internet non li ha capiti subito. Quando mia madre mi rifilò un Motorola per essere rintracciabile, ricordo che lo misi nello zaino Seven e lo lasciai lì a marcire per mesi, finché anche un’altra compagna di classe ricevette la stessa punizione. Poi scoprimmo il costo degli SMS.

Noi, figlie della cultura di Cosmopolitan e dei “Cinque look da sfoggiare quando gli suoni il campanello!” o ancora peggio dei “7 modi per farlo impazzire a letto!” Quarant’anni, sposata, una figlia di dieci anni e la pretesa di scrivere qualcosa per lasciare una traccia di me, qui, su questa Terra, per dire che ci sono passata anche io.
Dato che non ho il talento per la matematica, per la medicina, né per lo sport e ancor meno per la cucina, mi rimangono la recitazione e la scrittura. Ho pensato di partire da quest’ultima, ma solo perché non devo prendere appuntamento con nessuno ed è più facile da gestire tra lavoro e famiglia, sia chiaro, altrimenti sarei la prossima… la prossima… oddio non so neppure l’attrice del momento.
Amen. Sarei stata la prossima, se solo.
Ecco. Mi siedo qui un attimo e scrivo questo per parlare con te, a te.






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