L’apertura è un momento significativo per chi deve tenere un discorso.
Quel momento in cui la bocca inizia a muoversi e si genera la parola: si deve catturare l’attenzione di una platea, a volte interessata, sovente annoiata, di tanto in tanto critica, e trascinarla con sé fino alla fine della propria storia.
E’ un momento particolare, perché da una parte bisogna soddisfare le esigenze di un pubblico che… conosciamo? Non conosciamo? Temiamo? Amiamo? Biasimiamo?
E dall’altra dobbiamo fare i conti con noi stessi e le nostre competenze comunicative ma anche emotive.
La durata del nostro intervento può smorzare le tensioni: tanto più è lungo l’intervento, quanto più c’è la possibilità di capire e gestire sia la platea sia le nostre emozioni.
Capita, tuttavia, che in pochi minuti, bisogna offrire il meglio di sé.

C’è un istante che io amo in modo spassionato: è quel brevissimo istante prima che si apra bocca.
E’ in quel silenzio, proprio quel silenzio, che concentro la mia attenzione.
Perché contare qualche secondo, prima di prendere parola, significa concentrarsi sul respiro. Sul ritmo.
E il ritmo, in una presentazione, riveste un ruolo fondamentale.
Se troppo veloce, possiamo apparire ansiosi, non essere seguiti o compresi. Se troppo lento, possiamo apparire insicuri, annoiare o rischiare distrazioni.
Una volta affrontato il primo Silenzio, la prima pausa, nessun altro silenzio, anche non voluto durante la nostra presentazione, sembrerà più ostile.
Il silenzio prima di un discorso. Le pause durante un ragionamento particolarmente complesso. Sembra quasi un ossimoro: un discorso silenzioso.
Il silenzio: uno “strumento” pratico e vantaggioso che può rendere anche il più banale dei contenuti, un indimenticabile discorso.






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