Quando ero alle medie, si faceva educazione tecnica. Non so se esista ancora o se è stata sostituita con qualche nome più all’avanguardia, fatto sta che educazione tecnica non era il mio forte. È una materia in cui bisogna essere precisi, utilizzare righelli per tracciare linee dritte e il compasso per le linee curve. Troppa precisione e ordine, capisci?
Nonostante questo, ce la mettevo tutta.
Tranne una volta.
Avevo come compito a casa una tavola da fare che richiedeva precisione e ordine. Tanta precisione e ordine. Non te la sto neanche a descrivere, ma tu immagina di dover mettere in ordine un migliaio di stuzzicadenti tutti allineati parallelamente. Ecco, lo sforzo per me era lo stesso.
Mi ridussi a fare la tavola al pomeriggio, il giorno prima di doverla consegnare. La feci di fretta, svogliata, annoiata e demotivata e il risultato era lo specchio del mio umore. Una schifezza.
Alla sera feci la cartella e la misi tra i libri con un misto di magone e pentimento. Avrei potuto fare meglio.
Andai a dormire. Ma il sonno non veniva. Undici anni e un senso di colpa e dovere tutto insieme in un mare di sudore per la presentazione, il giorno successivo, della brutta tavola. Mi alzai e andai in soggiorno, era quasi mezzanotte. I miei stavano guardando un film. Mi costituii cercando la loro approvazione. Ovvero tirai fuori la tavola dalla cartella e gli chiesi com’era.
Non mentirono e la mia coscienza non si pulì. Spensero la tv, mia madre andò in cucina e mise su la camomilla. Si sa, la camomilla risolve sempre tutto di notte: mal di pancia, pensieri funesti, pene d’amore. Mi dissero di tirare fuori un foglio e rifarla.
Semplicemente questo.

Non mi sgridarono, non si arrabbiarono per l’ora, dissero solo di rifarla.
Così, seduta al tavolo della cucina, mentre mio padre mi guardava e mia madre sorseggiava camomilla troppo zuccherata, rifeci la tavola per la seconda volta.
Finii tardissimo; neanche la seconda tavola era perfetta, ma in questa non traspariva il mio umore svogliato, annoiato e demotivato. Non era perfetta ma era un lavoro discreto e accettabile.
Adesso qui potremmo aprire un dibattito lungo e animato: ci sarà chi dice che i miei avrebbero dovuto mandarmi a scuola con la tavola orrenda e prendermi le conseguenze del mio operato, chi dirà che sono stati bravi e chi insinuerà che magari mi abbiano pure aiutato a farla.
Sono abbastanza certa che chiunque legga questa storia darà un giudizio ai miei genitori.
Anche io ho dato un giudizio ai miei genitori, se lo vuoi sapere.
Ho avuto la prova che potevo confrontarmi con loro, chiedere un consiglio ma soprattutto avevo diritto a un secondo tentativo.
Pensa se avessero urlato e detto che ero stata una scansafatiche. Pensa se mi avessero detto che dovevo andare a scuola e vergognarmi di quello che avevo fatto.
Quante morali in questo banalissimo episodio di vita quotidiana.
La possibilità di dire “ho sbagliato” e di poterci riprovare, senza giudizi e con la fiducia delle persone che ho accanto.
Ogni volta che scegliamo come reagire con i nostri figli, con i collaboratori, i colleghi, le persone per strada, ogni volta lasciamo tracce negli altri che possono scavare nel corpo e nella mente e logorare fino a fare male.
Siamo tutti da esempio gli uni per gli altri.
Siamo specchi.






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