Sentirsi completi, con meno.


Non so se nel mio caso è l’avanzare dell’età (non ridete, grazie!) o se, a furia di guardare le ragazze su Instagram che puliscono e organizzano casa in modo impeccabile, sono stata contagiata dalla smania del sistemare e sgombrare. Fatto sta che continuo a sentirne un immenso bisogno.

Se il termine tecnico, nel mondo della casa e dell’organizzazione degli spazi, è “decluttering”, ho iniziato a guardare con sguardo più ampio questa attività e l’ho rinominata per me stessa in modo più benevolo: “Alleggerire”.

Apro l’armadio e mi alleggerisco di vestiti che non uso più.

Controllo negli armadietti e butto, butto, regalo.

Persino il feed di Instagram mi pesava sulle spalle ultimamente: tutte quelle foto, spesso ricercate per un minimo di armonia visiva, e quelle parole, scritte con animo riflessivo, ma lì, sole e perse nella mischia di un’APP che cerca cuori, ma spesso è senza cuore.

Se chiediamo ad uno psicologo, sono quasi certa che mi direbbe che sto creando spazio, forse per qualcos’altro. Ma mi piace fermarmi qui, senza troppe spiegazioni se non questa consapevolezza: “Sentirsi completi, con meno”. Bello, no? Forse, tornando alla prima riga di quest’articolo, possiamo affermare che qualcosa con l’età si impara?

Non ricordo dove l’ho letto, ma qualcuno ha detto qualcosa del genere: “Non sono le cose che possiedi, a dire chi sei”. Per intenderci: se possiedi un pianoforte, non vuol dire che sei musicista. Tanta roba, eh.


E in questo gran pensare sull’alleggerirsi, mi viene in mente questa storia che ha a che fare con la dignità e sulla brama di avere cose nuove.

Qualche mese fa, una nonna davanti a scuola mi ha chiesto dove poteva trovare le perline per braccialetti che, in quelle settimane, spopolavano a scuola. Le voleva sua nipote, lì presente con noi mentre ne parlavamo, e ci siamo accordate che gliele avrei acquistate io, che tanto sono sempre in giro per negozi e centri commerciali… Che mi costava?

Il pomeriggio seguente, armata della scatola più bella e più grande di perline che io potessi trovare, le ho consegnate alla ragazzina uscita da scuola, quel pomeriggio accompagnata dal nonno. La bambina, con il suo accento straniero, mi ha sorriso con mille denti e dato un abbraccio stretto.

Sono tornata a casa con mia figlia, un po’ orgogliosa di aver fatto felice una bambina con così poco.

Il mattino seguente, sempre davanti a scuola, c’era la nonna ad aspettarmi con la ragazzina al fianco. Aveva tra le mani la confezione che le avevo regalato, ancora con il cellophane e gli adesivi di sicurezza. Ho avuto un momento di smarrimento: che io avessi sbagliato a capire cosa voleva?

Ma il mistero è svanito ben presto: “Quanto costa? Se non lo pago, non possiamo accettarlo”.

Cioè. Onestamente… A me non era neanche passato per l’anticamera del cervello di farle pagare quei pochi euro per le perline. Ma davanti a quella richiesta di dignità, di decoro e di rispettabilità, ho risposto come un automa e mi sono fatta consegnare i soldi. La ragazzina, stavolta, mi ha abbracciata ancora più forte, sollevata di poter aprire la sua confezione e forse anche del fatto che non avessi tentato di controbattere mettendo in discussione la scelta di nonna.


Per i tre giorni seguenti ho pensato alla brama che avrà avuto questa bambina, dall’accento straniero, dalle quattro del pomeriggio quando le ho consegnato la scatola di perline fino al giorno successivo quando ha finalmente potuto toccarle, infilarle, intrecciarle.

Ho pensato che quando voglio una cosa, io la compro. Che quasi non faccio in tempo a pensarla che è nel carrello di Amazon oppure nel carrello del supermercato.

Ho pensato al valore dell’attesa, alla gioia del Natale, quando da piccina quello era davvero l’unico giorno in cui, oltre al compleanno, si ricevevano i doni fisici, quelli materiali, quelli che si scartano e sembrano sempre più belli che in tv.

Ho pensato alla dignità: quante volte ci siamo messi in fila per un gadget che offrivano, solo per il gusto di prenderlo e poi dimenticarlo per settimane sul sedile posteriore dell’auto?

Sentirsi completi, con meno.

Non sarò mai quella che vive senza aperitivo, fa le vacanze in tenda con pane e acqua o che rinuncia a comprarsi un vestito nuovo per il matrimonio di un’amica, ma mi piace pensare che:

Un po’ alla volta si cresce e, a volte, qualcosa dentro di noi cambia.



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