Ci misurano gli altri, ci misuriamo noi stessi, noi misuriamo gli altri. Mentre il nostro cuore cerca attimi di respiro, di mindfulness e di accettazione del sé, la nostra mente ha da fare i conti con una società dove siamo costantemente misurati. A partire da quando nasciamo e dicono a tutti il nostro peso e l’altezza, è un crescendo di attenzione ai numeri.

A scuola si parte con i voti dall’1 al 10, all’università si raggiunge persino il 30, poi iniziano le graduatorie, le selezioni, le classifiche, per arrivare a contare gli euro in banca, il numero di figli (uno è poco, tre sono troppi, due andrebbe bene purché siano maschio e femmina se no manca sempre qualcosa).
Per non parlare della bellezza che viene misurata a kg. Inutile dire che meno è meglio, ma comunque non troppo poco perché altrimenti o stai mandando messaggi sbagliati o sei malato o, o, o.
Insomma ti misurano a numeri, ma comunque i numeri che vogliono loro. “Loro chi?” è la domanda lecita.
Loro sono tutti gli altri. Sono “chi-non-sei-tu”.
E come fare a uscire da questo ingarbuglio di liste, da questo perenne metro di confronto?
Semplicemente non dando valore al confronto di parametri in cui non vuoi essere imprigionato.
Si può davvero? Come possiamo impedirlo? Non dandogli peso. Certo che non è facile, ovvio, grazie al… al… alla società di oggi che ci ha messo tutti in competizione tra numero di follower e denti bianchissimi e cilindrata dell’auto.
Ma adesso ti farò fare un ragionamento che ti piacerà. Sei pronto?
Quando faccio consulenza, chiedo spesso alla persona che ho di fronte di darsi un voto da 1 a 10 nella competenza che stiamo analizzando.
La persona si valuta. E la cosa interessante è che si sta valutando su una base assolutamente personale. Nessuno mai chiede: “Da 1 a 10 rispetto a chi, a cosa?”
Immaginiamo che la persona si dia un bel 7. Cosa ci rappresenta questo 7? Sulla base di cosa si è data un 7? Sulla base del confronto con chi? Il confronto con sé stesso.
Eh, già. Questa persona si dà 7 sapendo che ha ancora un po’ di margine di miglioramento. Un margine di miglioramento che sulla base della sua esperienza è di 3 punti.
Lo so, non hai ancora compreso dove voglio arrivare. Aspetta, ci sto arrivando.
Allora, io sono laureata in interpretariato, okay? Se mi chiedi che voto mi do in inglese su una scala da 1 a 10 ti rispondo 6. “Seiiiiiiii?” dirai tu “ma se sei laureata interprete, com’è possibile?”
Perché io so di non sapere. So che ci sono ancora tantissime cose che non so dell’inglese, che ci sarà sempre qualcuno più bravo di me. Più sai di non sapere, più sei consapevole che la tua area di miglioramento è gigantesca. Nota: questo non mi manda in crisi perché quello che so è ideale per quello che faccio ora! E’ okay!
Se chiedi a un ragazzino di scuola superiore che voto si dà in inglese, probabilmente ti dirà 8. Inconsapevole di tutto quello che non sa.
Spero di non averti troppo confuso, con tutti questi numeri.
C’è una morale, ovviamente, in questo sproloquio.
La morale è che, aldilà di una società che ha necessità (sì, ne-ce-ssssi-tà!) di classificarci per i più vari motivi (alcuni assurdi, altri più plausibili), l’unico metro che conta, l’unica unità di misura che vale, è quella che scegli tu. E’ il confronto con te stesso, le possibilità che vuoi darti, la vita che scegli di vivere.
Sei tu a sapere quanto puoi e vuoi migliorare, guadagnare, ingrassare, dimagrire, studiare. Questo ha delle ripercussioni nella società in cui viviamo? Sì. Te ne deve fregare qualcosa? Solo nel limite che decidi tu. Nel valore che scegli di dare tu a quei numeri. E per il resto, scegli di misurarti come vuoi.. inventa nuove unità di misure a tuo piacimento: sorrisi, abbracci, grazie pronunciati, tramonti visti, libri lasciati a metà, figuracce. Puoi anche decidere di cambiare ogni giorno e vincere ogni giorno la gara della tua bellissima vita.
Le misure che contano, tanto, sono quelle a cui scegli di dare valore tu.






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